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Il tempo e i bambini in prospettiva antropologica

Dal punto di vista antropologico, la percezione del tempo nei bambini non è una progressione lineare e universale, ma è profondamente plasmata dalla cultura in cui crescono. L'antropologia ci insegna che il tempo stesso non è una realtà oggettiva e fissa, ma un costrutto sociale e culturale. Pertanto, il modo in cui un bambino impara e sperimenta il tempo riflette i valori, le pratiche e le strutture della sua società.


La dipendenza dal contesto culturale


Nelle culture occidentali, la percezione del tempo è dominata da un modello lineare e quantitativo, scandito dall'orologio e dal calendario. Questo modello viene trasmesso ai bambini fin dalla tenera età attraverso la scuola, le routine fisse, gli impegni e il concetto di "tempo è denaro". L'infanzia stessa, in questa visione, è una fase di preparazione all'età adulta, un periodo che ha un inizio e una fine ben definiti, spesso segnati da tappe anagrafiche come i 18 anni.

Al contrario, in molte culture tradizionali, la percezione del tempo è spesso ciclica e qualitativa. I bambini imparano il tempo non attraverso un orologio, ma attraverso i ritmi della natura e le attività della comunità.

  • Il tempo legato alle attività: In queste società, il tempo non è un'entità astratta che scorre indipendentemente dalle azioni, ma è intrinsecamente legato a ciò che si sta facendo. Un'attività dura "il tempo necessario" per essere completata, non un numero fisso di minuti.

  • Il tempo legato alle stagioni: I bambini imparano il passare del tempo osservando i cicli agricoli, le migrazioni degli animali o il cambiamento delle stagioni. La "stagione della pioggia" o il "tempo della raccolta" sono i veri punti di riferimento temporali.

  • L'età come status sociale: L'ingresso nell'età adulta non è determinato da una data di nascita, ma dal superamento di riti di passaggio o dall'acquisizione di specifiche competenze sociali o lavorative. Un bambino smette di essere considerato tale quando è in grado di contribuire al sostentamento della famiglia, indipendentemente dalla sua età anagrafica.


Le ricerche antropologiche


Le ricerche di antropologi come Margaret Mead e i suoi studi a Samoa hanno messo in luce quanto l'infanzia e la percezione del tempo siano plasmati dal contesto culturale. Mead osservò che l'adolescenza a Samoa non era la fase di stress e ribellione tipica dell'Occidente, suggerendo che le difficoltà di quell'età non sono universali, ma sono, in parte, una costruzione culturale.

In contesti non occidentali, l'idea che i bambini debbano essere "protetti" dalla vita adulta o che debbano vivere in un "non-tempo" è spesso assente. I bambini sono integrati precocemente nelle attività della comunità, imparando il senso del tempo attraverso l'esperienza pratica e l'osservazione.


Sintesi e conclusioni


La prospettiva antropologica ci dimostra che il modo in cui un bambino percepisce il tempo non è solo una questione di sviluppo cognitivo, come suggerito da Piaget, ma è anche il risultato di un profondo processo di inculturazione. Il bambino, al di là dell'orologio, interiorizza il tempo:

  • attraverso i ritmi della sua società: se la società è agricola, il tempo sarà scandito da semina e raccolto; se è industriale, sarà scandito dal turno di lavoro e dalla puntualità.

  • attraverso i valori culturali: se la cultura valorizza il "fare" e l'azione, il tempo sarà percepito come qualcosa di dinamico; se valorizza la riflessione e la comunità, il tempo sarà visto in modo più circolare e relazionale.

In conclusione, la percezione del tempo nei bambini è un'interazione complessa tra biologia, psicologia e cultura. L'antropologia ci aiuta a comprendere che la nostra concezione del tempo non è l'unica possibile e che l'esperienza del tempo per un bambino è una testimonianza vivente dei valori e dei ritmi della sua comunità.

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